venerdì 9 novembre 2012

Scritta di Tharros. Garbini: la buia 'dimora' filistea di Ba'al Zebul'. No, il tempio luminoso e la dimora eterna di 'el yhwh (I)

Dedicato a Zua' 
Figura 1                                                      Figura 2
Prefazione

 Intendevamo parlare da tempo, nella nostra continua attività di pubblicazione e di rassegna di documentazione scritta nuragica, di un certo documento 'tharrense' in concomitanza dell'uscita di un articolo su di una brocchetta nuragica; singolare manufatto quest'ultimo, della cui esistenza fa fede il libro di Giovanni Fadda (1) pubblicato nel 2004. L'articolo di M. A. Fadda (2) sui ritrovamenti di  S'Arcu 'e i Forros sulla scritta 'nuragicissima' ma ritenuta assurdamente 'filistea' da G. Garbini (e naturalmente dalla stessa autrice dell'articolo), mi induce a precorrere i tempi e a porre in primo piano, stante la tematica sviluppata e ancora in corso in queste settimane, detta brocchetta; ma ancor prima di essa  il documento, anch'esso ritenuto filisteo, del cosiddetto 'tempio punico' di Murru Mannu. Già dalla presentazione delle due fotografie e dalle immagini di esse  un lettore attento (e che, soprattutto, già conosce il saggio preliminare  del Garbini sul documento di Tharros (3) e il libro successivo  sui Filistei, potrà  riuscire a intuire subito il perché del nostro  confronto.

1. G. Garbini alla 'caccia' di documentazione attestante l'espansione dei Filistei.     

   Lo studioso Giovanni Garbini, nel tentativo di dare sempre più consistenza alla sua tesi sulla presenza di una potenza filistea nelle coste del Medio Oriente e della forza espansiva di questa intorno all'XI e X secolo a.C., cerca legittimamente, con tutti i mezzi a disposizione della ricerca storica,  di documentare  la vitalità degli 'antagonisti di Israele'. Cerca quindi di trovare  anche in Sardegna, ove possibili,  'prove' inoppugnabili (letterarie, toponomastiche, epigrafiche e sfragistiche) in grado di attestare e confermare scientificamente quella presunta espansione e quella potenza. Nel precedente articolo avevamo citato  lo scarabeo di Tharros e il toponimo di Cuccuru de Gadara (4). Ma la ricerca del Garbini non si ferma qui in quanto sul piatto della bilancia degli elementi probanti lo studioso pone ancora il dato toponomastico di Macompsisa /Macomer (5) e soprattutto (lo ritiene del tutto o abbastanza  sicuro) il dato del testo filisteo dell'iscrizione di Tharros (fig.1) rinvenuto, stando ai dati  archeologici,  in un muro di un 'tempio punico'.   
Vedremo un po' più avanti se davvero si possa ritenere 'punico' quel tempio con una iscrizione che 'punica' proprio non è; iscrizione che, tanto per sgombrare subito il campo ed essere chiari, non può essere, dati i significanti della scrittura,  neppure 'fenicia'.

2. L'analisi epigrafica del documento di G. Garbini. 
  
   Si scopre certamente l'acqua calda quando si dice che preliminare ad ogni asserzione, circa la natura di un certo documento antico (lapideo o non) scritto, è l'analisi paleografica ed epigrafica, che deve risultare la più accurata e precisa possibile. Bisogna farsi subito non poche domande che, in questa sede non specialistica, vale però la pena di ripetere agli appassionati e ai  'non addetti ai lavori'. A che periodo risalgono i segni incisi nella pietra di Murru mannu di Tharros? E' possibile riconoscerli subito? Tutti o in parte? Quanti di essi sono individuabili e quanti non, per l'ingiuria dell'uomo o del  tempo? Quanti sono e come sono disposti nel supporto?  Lo stesso supporto che ruolo gioca o sembra giocare nell'iscrizione? Segni e lettere alfabetiche sono stati profondamente o lievemente tracciati nel supporto? Con quale strumento? Se il supporto è in ceramica, l'impressione avviene prima o dopo la cottura? Come procede la lettura? Da destra verso sinistra o, viceversa, da sinistra verso destra? Oppure dall'alto verso il basso? L'orientamento delle lettere è quello della 'norma'? Le lettere e i segni sono tutti della stessa grandezza o di grandezza differente? Ci sono segni specificamente pittografici (zoomorfi, fitomorfi o d'altro genere) o solo segni di tipologia cosiddetta 'lineare'? Ci sono segni (punti, lineette, trattini ecc.) che, in qualche modo, possono intendersi per numeri? Ci sono lettere alfabetiche 'agglutinate' (in legatura o in nesso)? Ci sono segni 'vistosamente' privilegiati, per grandezza o per altro, rispetto agli altri? In che posizione essi stanno nella (spesso ancora ipotetica) sequenza di senso? Ci sono segni o lettere che possano far capire dal contesto la natura precisa di altri segni ancora ignoti ma presenti nel documento?  Ci sono altri documenti  'interni ' scritti dello stesso o di altro materiale che, poco o molto (sulle prime poco importa), possano per analogia essere affiancati al documento oggetto dell'indagine paleografica ed epigrafica? Ci sono documenti 'esterni', del medesimo periodo storico o di altro periodo, che possono richiamare qualche aspetto del documento 'interno'?
    Si badi che trascurare uno e uno solo (ma l'epigrafia, naturalmente, si basa ancora su altri momenti e mezzi d'indagine) di questi procedimenti vuol dire talvolta mettere a repentaglio la lettura e l'interpretazione corretta ('corretta', ovviamente, sempre nei limiti del possibile) del testo e il più delle volte prendere, come si suol dire, fischi per fiaschi. A queste avvertenze si deve aggiungere forse la più importante di tutte: un buon epigrafista deve sottrarsi alla tentazione, per proprie idee personali o per affezione a 'tesi di ricerca' in corso, di 'forzare' in qualche modo circa le  forme e i contenuti del testo che ha davanti. Bisogna rispettare al massimo il documento. Questo naturalmente vale per tutti.
    Vediamo pertanto l'analisi paleografica ed epigrafica del testo di Murru Mannu che fa il Garbini. Ovviamente si capisce subito che lo studioso, legittimamente, prende in visione e trascorre la documentazione epigrafica sarda arcaica alla 'caccia', per così dire,  di 'scrittura' filistea  e questa individua o tenta di individuare sulla base di qualche dato di partenza che dottrina e intelligenza indiscusse gli consentono di riconoscere. Infatti, il Garbini osserva la 'strana' scritta di Tharros e non può non scorgere in essa il segno più vistoso graffito e posto nella parte superiore della pietra. Si accorge cioè che il segno è un 'monogramma' formato, con ogni probabilità, da tre lettere di tipologia semitica 'fenicia' e cioè una zayn, una beth, una lamed (v. fig. 3). Dal momento che le altre sequenze, a seconda del punto di partenza, non offrono senso soddisfacente, ritiene che, partendo da destra (così penso), la lettura non possa essere che quella di ZBL. Da qui passa all'osservazione degli altri segni alfabetici presenti nell'epigrafe, di particolari segni numerici e soprattutto di enigmatici segni, punti e linee verticali, in apparente anarchia, sparsi per tutta la parte bassa del documento.
Figura 3
  La robusta conoscenza del semitico e del testo biblico da parte dello studioso non può non richiamare, oltre alla parola ZBL זבל (Zebul), quegli strani segni posti al di sotto di una 'croce' (il segno monogramma dove sta scritta la parola ZBL). Un preciso quanto del tutto oscuro (6) passo di Isaia  parla di una strana 'croce' e di ancora più strani segni adoperati, per la divinazione, dai sacerdoti filistei in 'trance'. Attraverso altri ragionamenti ancora e dotte citazioni del testo biblico (7) ne ricava la convinzione che quello sia un 'disegno divinatorio graffito sull'intonaco della parete di un tempio di Tharros' e che 'il responso veniva presumibilmente dedotto dalla posizione dei punti rispetto alle linee' (8).
    Per rafforzare ulteriormente l'assunto il Garbini tenta di interpretare anche il significato delle lettere poste  sulla destra e sulla sinistra del monogramma con significato ZBL affermando (9) che si tratta di due parole in lingua fenicia  che possono interpretarsi come vaticinio su.
     Senonché le sue conclusioni (zbl come 'dimora dei morti'  preceduto da un  'vaticinio su') nonostante l'apparente rigore metodologico, basate come sono su false premesse, risultano del tutto erronee. Infatti, l'analisi epigrafica, quella preliminare del 1994  e anche la successiva e definitiva del 1997,  riteniamo che sia  stata condotta in modo non soddisfacente per alcuni motivi che qui di seguito  elenchiamo:

- Non riesce a scorgere e pertanto non descrive in modo criticamente corretto  le quattro lettere o, meglio, i 'due' segni (come si vedrà) in legatura  posti ai lati del monogramma (in realtà ai lati di un altro segno). Sbagliando la lettura epigrafica sbaglia inevitabilmente nell'interpretare la  tipologia precisa dei segni lineari riportandoli ad un periodo ad essi non pertinente.

-  Mostra perplessità e indecisione per un un macro -segno che disegnerebbe, a suo dire, 'il profilo di una nave',  all'interno del quale si trovano il monogramma e altri segni ancora.

-  Trascura di parlare puntualmente  della direzione della lettura (stando alle sue parole si dovrebbe leggere l'espressione 'vaticinio su' da destra verso sinistra (con uno iato davvero strano  nella sequenza), ma saltando a piè pari il monogramma e il resto dei segni.

- Non attua alcun tentativo per spiegare il perché di quei segni a zig-zag 'specificamente' e non certo casualmente sormontati da dei punti. Tiene conto solo del fatto che questi riportano il numero sette così come le linee verticali/oblique che stanno, grosso modo, sulla destra della seconda parola (presunta 'fenicia') all'esterno del macro -segno.
- Sostiene che il segno in cui e per cui si forma il monogramma, chiaramente a 'svastica',  abbia un aspetto solo 'vagamente' a svastica. Lo intende decisamente cruciforme, tutto proteso com'è a dimostrare la presenza del segno divinatorio a 'croce' ovvero del taw (segno della pratica divinatoria degli indovini filistei secondo il V.T.)  
           
    Ora, 'umanamente' gli sforzi dello studioso per andare in una 'certa' direzione prediletta e per far quadrare i conti si possono capire, ma dal punto di vista rigorosamente scientifico no; quella spiegazione e quella trascrizione- presentazione (v. ancora fig. 3) del testo 'pro scrittura filistea', non risultano per nulla attendibili. Vediamo il perché.

 3.  Nostra analisi epigrafica del documento di Murru mannu.

Il testo epigrafico è composto in tutto  (v. fig. 4), nella parte superiore, da sette segni (10):

1) Un segno con due lettere legate.
2) Un segno pittografico a quadrato (o a rettangolo) aperto nel lato superiore.
3) Un segno monogramma pittografico, una chiara svastica, con tre lettere in nesso.
4) Un segno ideografico numerale con sette punti nella parte inferiore sotto il monogramma, punti collocati al di sopra di un altro segno ancora.
5)  Un segno pittografico detto  comunemente dagli archeologi a zig zag. 
6) Un segno ideografico numerale  composto (parrebbe) da sette sbarrette o linee verticali leggermente graffite
7) Un secondo segno formato da due lettere legate           

Nella parte sottostante, per tutta la superficie, il documento epigrafico si caratterizza:

1. Per la presenza di un numero cospicuo di lineette verticali o leggermente oblique e non organicamente disposte nella superficie 
2. Per un numero di punti che ora affiancano le dette lineette  verticali ora sono disposti al di sopra ora al di sotto di esse.

I segni non sono tutti della stessa grandezza. Privilegiato è il segno a svastica e, particolarmente, la figura geometrica a 'quadrato aperto' che contiene al suo interno la maggior parte dei segni tracciati nella parte superiore del supporto.

Figura 4
4.  Analisi contenutistica del documento.

         Con questa ben diversa lettura epigrafica  le cose tendono a cambiare (fig. 5) completamente in quanto:

1. Non esistono due voci 'fenicie' (quale sarebbe poi, dal punto di vista scientifico, questa 'lingua' fenicia?) con significato di 'vaticinio su'  fondate sul presupposto epigrafico che una renda la voce   ' con la caduta dell' 'aleph finale e l'altra la preposizione 'L ('ayin + lamed). Non esistono perché le lettere non sono per nulla 'puniche' ma nuragiche arcaiche, aspetto della scrittura che denuncia , tra l'altro, l'intera scrittura a rebus. Quella scrittura che non a caso fa dire al Garbini ' l' interpretazione di questo complesso grafico si presenta particolarmente ardua, e di fatto impossibile in tutti i suoi dettagli'  Esistono invece due voci di radice ugualmente semitica, cioè NL e IL, formate da lettere in legatura,  con significato rispettivamente (a partire dalla destra) di 'luce'  נל e di 'dio' יל; lettere queste comuni al protocananaico esterno e, soprattutto, a quello della documentazione interna della Sardegna.
2. Esiste una macro - lettera pittografica (il rettangolo aperto) con valore logografico di BETH בית, ovvero di tempio, lettera abbastanza comune anch'essa alla scrittura arcaica con ascendenza consonantica acrofonica protosinaitica (11).   
3. Esiste ancora (lessema criptato questo ma ben compreso dal Garbini) la voce ZBL זבל  con il noto significato di 'dimora'.
4. Non esiste una 'croce' ma una vera e propria  svastica con valore pittografico logografico (così come il beth) antichissimo (12) di 'eternità' (in perpetuum: 'olamim עולמים).
5. Esiste una sequenza numerica formata da puntini con valore di sette, numero che in nuragico vuol sempre, per convenzione,  significare s'on צען ' (santo).
6. Esiste una seconda sequenza ma stavolta polisemica in quanto è formata dal segno a zig zag ( yh יה reiterato) e, con buona probabilità, dal segno 'serpentiforme'. In questo caso il pittogramma serpente potrebbe avere (13) valore semantico di 'ab אב (padre).
7. Esiste una sequenza di sette sbarrette ancora con valore di  s'on   צען (santo) come per i precedenti puntini.
8. Esiste un'alternanza di segni, apparentemente disordinati, ma tutti con identico valore numerico uguale e cioè di 'uno'. Si tratta di una voluta reiterazione del segno 'sacro', uso questo molto frequente nel nuragico (14).
Figura 5


5. Le 'voci', spiegate in sintesi una per una, secondo l'ordine della lettura.
nl
è parola semitica (nor/nur con variante (15) della liquida) con il significato di 'lampada'  e di 'luce' (16). Voce importantissima per la teologia nuragica di ispirazione cananaica, è attestata numerose volte con pittogramma a disco o estesamente con segni 'lineari', nei documenti nuragici (17). E' spesso unita o associata alla voce, di matrice indoeuropea, 'ak : NL'AK/G  o 'AG/K NL (18).
                   
beth:  
- è il pittogramma con schema a quadrato o a rettangolo aperto con valore logografico (un segno una parola). Paleograficamente il grafema si trova attestato, naturalmente di ridotte dimensioni e orientato diversamente,  in documenti protocananaici (19)  
Le lettere con valore pittografico logografico fanno parte della comune scrittura nuragica (20). Qui beth, così come in ugaritico e in ebraico, può significare 'tempio' (21). Si pensi solo alla nota città palestinese di Beth Shemesh (Shamash), il 'Tempio del Sole'. La voce beth nella nostra iscrizione è preceduta dalla voce NUL/NUR , quindi realizza il  composto BET/BIT-NUL (22).
              
Segno a svastica
-  e'  segno antichissimo risalente già alla cultura iconografico - pittografica di Chathal Hüyük  in Anatolia (23). Nelle pitture rinvenute in questo luogo antichissimo di pellegrinaggio (24) delle genti neolitiche esso ha il chiaro valore di 'continuità perenne' di 'eternità', di 'non morte'. Lo stesso preciso valore mantiene, con ogni probabilità, in tutte le civiltà antiche che via via si servirono di esso. Anche in nuragico il valore resta identico, come si dimostrerà con un' altra scritta di analogo significato che presenta lo stesso segno.

ZBL
è voce assai attestata nella Bibbia. Significa 'dimora, sede solidissima' (habitaculum firmissimum : 1 Re, 8.13; 2 Ch 6.2 (v. più avanti) 

 Santo (numero sette)
- il numero sette con significato ideografico logografico di 'santo' ricorre in altri documenti attestanti la scrittura nuragica. E' unito anche al numero dodici o al disco luminoso. Si vedano, tra gli altri, la scritta del cosiddetto 'brassard' di Is Locci Santus  di San Giovanni Suergiu (s'an nl) con il sole e i sette 'raggi' (25) e il 'focolare' circolare di Ittireddu (26) con le sette pietre triangolari (3 -7 -12 ovvero Lui santo dodici). Il corrispondente con segni di tipologia lineare è s'an : sigillo di S. Imbenia di Alghero, sigilli di Tzricotu di Cabras A4, A5, bronzetto del  Museo Nazionale di Cagliari, coccio di Sa Serra 'e sa fruca di Mogoro (27).  

Segno a  ZIG ZAG

       è il segno più astratto della divinità androgina (oppure del divino) che maggiormente ricorre (scambiato, purtroppo, per 'decorativo') nella scrittura nuragica. Si trova nella ceramica cultuale (es.: vaso di La Prisgiona di Arzachena; olletta del Nuraghe Piscu di Suelli), nelle iscrizioni monumentali (es.: conci del Nuraghe Nurdole di Orani), nella statuaria di Monte Prama di Cabras e in diversi oggetti apotropaici. Il suo significato preciso è apparso in virtù del rinvenimento del ciondolo di Solarussa (v. fig. 6), un eccezionale oggetto epigrafico presentato per la prima volta nel blog di Gianfranco Pintore dallo scrittore Franco Pilloni (28); ciondolo  che riporta il nome della 'perfetta' divinità yhh  in tre modi diversi y+h+h;  y + hh;  yhh (cioè con tre segni, con due, con uno). Il segno trova una variante con i triangoli a vertice contrapposto, cioè  a schema androgino MF (es. barchette nuragiche; concio di Bosa).


Figura 6

IL (ILI/ 'EL) 

     è il nome dell'antichissima divinità cananaica (siro-palestinese) e poi sarda attestata anch'essa nei documenti nuragici (scritta dell'architrave di Aidu Entos di Bortigali, del coccio del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore, della pietra del Nuraghe Losa di Abbasanta, del coccio di Sa serra 'e sa fruca di Mogoro). Si veda anche l'ultimo documento scritto nuragico di S'Arcu 'e is Forros (29) dove il nome del dio ILI è affiancato a quello della dea 'Asherah.

Segni a 'punto' e a 'linea' verticale (o obliqua)

      I segni a 'punto' e a 'linea obliqua o verticale' (v. fig. 3) sono abbastanza semplici da spiegare. Basta solo osservare come al di sopra, nella stessa scritta tharrense,  sono riportate le singole 'unità' del sette ovvero il segno del numero uno da parte dei nuragici. Questi, come abbiamo già spiegato in un articolo apposito (30) usavano per indicare i numeri o i punti o le linee (lineette) verticali (o oblique).
  Ad es. il segno del quattro (con significato di 'forza') con tratti  astiformi  è presente per tre volte nel documento del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore (31), mentre il segno del 'tre' reso con i punti si riscontra nel tempietto fallico di Samugheo (32). Tipologia di segni ripresi dall'egiziano e dalla scrittura  protosinaitica e poi protocananaica.  

6. Direzione della lettura e traduzione della scritta tharrense. Suo significato 'templare'.

 Spiegate singolarmente le singole voci della scritta vediamo, attraverso la figura seguente (fig. 7), di definire la direzione precisa della lettura che parte dalla destra in alto con la parola NL  per finire sulla sinistra, sempre in alto, con la parola IL. Chiude la lettura del documento l'insieme dei segni numerali (lineette oblique e punti) che intendono ripetere 'magicamente' la forza o la potenza del toro luminoso il cui nome è scritto nascostamente (il segno a zig -zag) all'interno del beth o del 'tempio' che dir si voglia.
Figura 7
Passiamo quindi alla lettura che risulta essere la seguente:

Tempio (בית) della luce (נל ), dimora (זבל) eterna (עולמים per sempre , in perpetuo) del santo (צעךyh yh yh yh yh yh yh ( יהיהיהיהיהיהיה ) padre (נחש :serpente), santo (צעך) Il  
Toro, toro, toro, toro (אג אג אג...)

  La scritta di Tharros quindi, con ogni probabilità, è un'epigrafe religiosa nuragica inneggiante alla costruzione del tempio di Tharros (il tempio non è altro che il beth pittografico e logografico enfatizzato nella scrittura, il segno che intende esprimere sia la realtà figurativa geometrica monumentale sia la simbologia scritta con valore 'dimora'; per notare così l'importanza della costruzione) presso Murru mannu; edificio dedicato dagli scribi - sacerdoti (e dagli indigeni del luogo), in un dato momento (33), alla infinita potenza taurina del dio di origine cananaica Yh Il יה יל (Yh Dio); dio  diventato poi per gli Israeliti, ma anche per i sardi (34), 'EL YH/ 'EL YHH,'El YHWH. 
     Non c'entrano per nulla dunque i punici (cioè i Cartaginesi) di un tempio ritenuto  'punico'. E men che meno i Filistei, i presunti  colonizzatori di Garbini;  nonostante il determinato tentativo epigrafico ed ermeneutico  dello studioso di leggere non solo la scritta di Tharros come filistea ma anche come filisteo lo scarabeo, sempre di Tharros (34), con la presunta presenza del dio filisteo Dagon. Scarabeo con nome teoforico filisteo che attesterebbe, addirittura, la fondazione  di Tharros (35) da parte dei Filistei intorno  all' VIII secolo a.C.!
  Ora, si è pensato non poche volte a Tharros, la Tharshis תרשש del V.T. citata nella Stele di Nora (36), come 'capitale' economico-commerciale della Sardegna in periodo nuragico. Forse essa, stando a questo documento, lo era anche e soprattutto dal punto di vista religioso, con un celebre tempio pansardo di il yh יל יה, guidato da scribi sacerdoti in grado di 'controllare' e sovraintendere, con una specifica rete templare estesa in tutta l'isola, la scrittura sacra e la 'religio' del dio androgino celeste soli -lunare, cioè del padre toro di numerosi nobilissimi figli (37) divini 'giganti',  anch'essi padri di forza taurina in terra.        

7. Il testo della scritta di Tharros e la conferma nel V.T. La costruzione del tempio di Salomone e tre parole bibliche che sembrano spiegare tutto.

  Ma la illustrazione della scritta non può fermarsi a questo punto. Se è vero che G.Garbini usa a profusione passi del V.T. per tentare di dare patente di scrittura filistea al documento di Tharros,  ci sono altrettanti passi  biblici che vanno in direzione ben diversa e riescono a confermare, con tutta la loro carica semantica lessicale, il fatto che abbiamo letto giusto e cioè che l'argomento in oggetto  sia quello templare luminoso per la religio di Ih Il   יה יל  e non certo quello divinatorio tenebroso filisteo. Si prenda il passo di 1 Re, 8 -13,

banoh baniti bet zebul lak makon lešibteka 'olamim בנה בניתי בית זבל לך מכון לשבתך עולמים

aedificans aedificavi domum in habitaculum firmissimum, solium tuum in sempiternum

costruendo ho edificato la mia casa (il mio palazzo reale) come dimora solidissima, luogo tuo per sempre     

   In questo passo del libro dei Re, citato anche dal Garbini, chi parla è il re Salomone che costruisce e la sua reggia e il tempio del Signore (yhwh יהוה) . Si osservi il lessico del brano che richiama, anzi si mostra identico, nei suoi aspetti fondamentali, a quello della scritta del tempio di  Murru mannu di Tharros:

BET - ZEBUL [ YHWH] - 'OLAMIM  בית זבל יהוה עולמים

    Basta una semplice tabella di corrispondenze per rendersi conto (v. fig. 8) che il beth è il beth della figura geometrica trascurata dal Garbini, che zbl זבל è lo ztesso zbl זבל scritto 'su' e 'con' i quattro bracci della svastica. Ma l'aspetto più impressionante della concordanza del passo biblico con quello di Murru Mannu di Tharros  è l'avverbio finale semitico 'olamim עולמים che significa 'per sempre, per l'eternità'. Concordanza si direbbe perfetta. Solo che l'avverbio del passo del V.T. viene reso dallo scriba nuragico non con una sequenza di segni lineari protocananaici ma con un segno pittografico logografico fornito dall'immagine della svastica  con significato di 'eternità' (38).
Figura 8
Ecco perché, tra l'altro, la congettura del Garbini sulla 'croce' non può essere valida: quel beth zebul  בית זבל può essere seguito solo da una svastica con il suo valore di 'eternità', non da una croce supposta divinatoria faticosamente immaginata, nell'oscurissimo passo biblico di Isaia, attraverso la convergenza di un qaw abbastanza certo nella sua 'orizzontalità' ma di un saw del tutto incerto per la sua verticalità! Perché, ripetiamo, quel segno è 'oggettivamente', visibilmente, una svastica e non certo una croce.
   Aggiungiamo ancora che il passo biblico del Primo Libro dei Re sulla costruzione del tempio reggia da parte del re Salomone doveva essere ben noto se esso viene ripreso in 2 Ch 6.2  quasi nella identica forma: wa 'ani baniti bet zebul lak umakon lešibteka 'olamim  ואני בניתי בית זבל לך ומכון לשבתך עולמים.
   E noto doveva essere sicuramente anche allo scriba del tempio tharrense se è vero, com'è vero, che lo riprende nell'essenzialità della formula teologica: tempio/casa  בית - dimora solidissima זבל - eterna עולמים. Solo che lo scriba di Tharros è nuragico e non cananeo - palestinese e pertanto usa il codice specifico locale, elaborato ormai da secoli in Sardegna; si avvale della complessa quanto ermetica scrittura di scuola a rebus, ovvero del valore fonetico del supporto (il tempio), del mix o alchimia segreta dei segni consonantici lineari e di quelli pittografici logografici, dell'agglutinamento (legature e nessi), della polisemia, della lettura varia, della numerologia, della ripetizione del segno, della 'variatio' della stessa lettera (si vedano le tre tipologie della 'lamed').
   Una scrittura spesso superba, dell'intelligenza per l'intelligenza, della raffinatezza per i raffinati, della straordinarietà e della singolarità per i nemici dell'ovvietà  e della banalità. In qualche modo 'egiziana', figlia di quel codice elitario e sacro (inviolabile), di scrittura e di disegno/ pittura assieme, inventato per gli Dei e per i Faraoni loro figli.
     Quanto alla numerologia è evidente che in gioco non c'è solo il numero 'sette' quello giustamente notato dal  Garbini (39). Un sette però che è ripetuto due volte manifestamente e la terza criptato  (i sette segni).
 C'è anche il numero tre (i tre segni legati e in nesso,  NL/ SVASTICA  ZBL / IL; i tre lamed ; le  tre lettere della svastica); c'è anche e soprattutto  il numero uno ovvero il numero del 'toro' (la prima lettera dell'alfabeto: 'aleph). 
 E' inutile dire che detta numerologia risulta sempre la più difficile da afferrare proprio perché in genere elaboratissima e estremamente nascosta. Riguarda perlopiù  il simbolo più forte della divinità e cioè il tre e, spesso, il dodici (disco soli -lunare). Riportare, come spesso accade,  il tre per tre volte nel lusus criptografico voleva dire, come probabilmente nel nostro caso, celebrare il dio al massimo della gloria e della potenza. La numerologia va sempre tenuta presente perché è  importante per il senso complessivo del testo: attraverso di essa, senza che uno se ne accorga, lo scriba ottiene la seconda (e qualche volta la terza) lettura (40).
(continua)

Note e riferimenti bibliografici                                                                   
1. Fadda G. Nomi di paesi e nuraghi della Sardegna in onore di divinità egiziane,  Graf&Graf -Quartu S.Elena. Illustrazioni p. 100.
2. Fadda M.A., S'Arcu 'e is forros. Nuragici Filistei e Fenici fra i monti della Sardegna; in Archeologia Viva, anno XXXI n.155, Settembre/Ottobre 2012, pp. 46 -56.
3. Garbini G., Iscrizioni fenicie a Tharros -III; in Rivista di studi Fenici , 22, 1994, pp. 215 - 221.
4. Sul documento, non filisteo ma nuragico, si veda Sanna G, 2012, Su 'carrabusu' de Tharros Gan Ba'anar fizu de Horus pipieddu naschidu dae su frore de su loto; in gianfrancopintore blogspot.com ( 27 Aprile). Sulla problematica relativa al toponimo Cuccuru de Gadara (in realtà Cuccuru de gaddara) si veda Sanna G. 2004, Sardōa Grammata. 'ab 'ag s'an Yhwh. Il dio unico del popolo nuragico. S'Alvure ed. cap. 2 .pag. 49 nota 14.
5. Per il Garbini (I Filistei. Gli antagonisti di Israele, Rusconi Milano, 1997 p. 113)  'Ragioni di ordine storico fanno presumere che furono i Filistei a precedere i Fenici in Sardegna, dato che né i Cananei né gli Israeiliti sembrano aver svolto attività in Occidente'. Naturalmente bisognerebbe capire bene quali sono queste 'ragioni di ordine storico'! Coloro che conoscono le nostre pubblicazioni (e le decine e decine di interventi in questo Blog) sanno bene invece quale ruolo determinante hanno svolto in Occidente sia i Cananei sia gli Israeliti . Tutti gli attuali 107 documenti epigrafici  lo attestano ad abundantiam. Del resto la stessa scrittura protosinaitica e protocananaica in mix stanno lì ad attestare quel ruolo decisivo.  Sono essi i semiti 'storici'  (e non i Filistei, come già detto in Sardōa Grammata, cap. 2 p. 49) che si insediarono (e si fusero con la popolazione precedente di lingua indoeuropea) in un periodo che, stando alla stessa scrittura iniziale semitica a rebus (quella delle cosiddette statue stele), risale probabilmente al XVI secolo a. C (l'età in cui l'archeologia, con alfiere Lilliu, colloca i betili scritti del Sarcidano e della Marmilla). Cioè in piena età del Bronzo medio. Con tale visione di penetrazione esterna semitica nell'Isola oggi si accede sempre di più e con minori difficoltà alla comprensione  di non pochi toponimi sardi con indubbia radice semitica. E si capisce molto bene che più che il toponimo Macompsisa (voce probabilmente corrotta, con la seconda parte del composto di difficilissima interpretazione e rapportabile solo con spericolate forzature ad una radice fenicio -filistea)  interessa invece il toponimo ancora resistente, e cioè 'Macomer'; voce che offre due possibilità interpretative a 'costo praticamente zero'. Potrebbe essere dato, sulla scorta di documenti nuragici, come quelli del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore e del Nuraghe Losa di Abbasanta , dal sicuro maqom + la voce 'e'l; oppure, sempre sulla scorta di documenti nuragici epigrafici,  dalla voce  maqom + mer. Nel primo caso significherebbe 'piazza, luogo, dimora di 'El' nel secondo caso 'piazza, luogo, tempio del Signore. Non si dimentichi, per la validità della seconda ipotesi, un riscontro  fondamentale: l'iscrizione dell'architrave della stanza interna del Nuraghe Aiga con l'espressione per  il  signore signore (mr mr) padre ('ab) della vita (albero della vita). Data sempre l'aleatorietà circa l'interpretazione di questo e di altri  toponimi sardi sarà bene far presente ciò che si è detto in altre circostanze: che ora la documentazione epigrafica ci consente non più di operare con sempre o quasi sempre opinabili etimologie ma con ben più valide etimografie. Senza alcuna documentazione tutto resta inevitabilmente nel dubbio e nel vago e ciascuno può dire,  praticamente senza possibilità d'essere smentito, quello che  va bene o in qualche modo può andar bene 'pro domo sua'. Senza considerare che la toponomastica sarda pullula di studiosi, più o meno blasonati, che di fronte ad una disciplina così difficile, insicura e  'scivolosa' , invece di procedere con estrema cautela,  affermano, pontificano e giurano sempre d'essere 'loro' (e sono tutti) nel vero. Quindi sia la parola maqom   מקום sia le voci mer מר o 'el אל parrebbero semitiche sarde.  Per il prestito semitico (aramaico) di  MR (signore) riferito al divino  basta leggersi l'iscrizione (VIII secolo a.C.) di Barrakib re di Harran, chiamato espressamente dal suo scriba MR B'AL ( Lord God) .
6. Isaia, 28, 7 - 12.
7. 2 Re, 2-16; Isaia, 2, 6; 1 Sam 6,2.
8. Garbini G., I Filistei ecc., cit. Didascalia a piè di pagina nella presentazione (e breve commento) della trascrizione dell'epigrafe di Murru Mannu (p. 219).
9. Garbini G. 1994, Iscrizioni fenicie a Tharros, cit. pp. 217 -218; idem, 1997, I Filistei ecc. cit.  p. 220.
10. Ripetiamo che per la scuola scribale nuragica l'agglutinamento (in nesso o in legatura) costituiva, per quante potessero essere le lettere alfabetiche,  un segno solo. Stessa cosa deve dirsi per una serie organica di punti, di linee, di segni a zig zag, ecc.. Per fare un solo esempio: nel ciondolo di Pranu Antas di Allai (Sanna G.,2009, La stele di Nora. Il Dio il dono il Santo. The God, the Gift, the Saint (trad. in lingua inglese di Aba Losi, cap. 2.2 pp. 61 -65 ) i cinque tratti obliqui al di sotto della parola 'abad-a עבדא (servo del toro) formano un segno solo (il segno 'forte' del  5,  ovvero della potenza taurina del dio).
11. Attardo Ezio, Utilità della paleografia per lo studio, la classificazione e la datazione di scritture semitiche in scrittura lineare. Parte I. Scrittura del II Millennio a.C. ; in Litterae Caelestes, Center for Medieval and Renaissance Sudies, UC Los Angeles  2007, p. 153.
12. Il segno risale sicuramente alla cultura iconografico -religiosa del neolitico. Intendiamo parlarne più diffusamente nel prossimo articolo (la seconda parte del presente saggio) dal momento che l' eccezionale documento nuragico pubblicato da Giovanni Fadda (v. fig. 2) spiega molto della natura e della funzione del segno che, non a caso, fu ripreso da molte civiltà, data la sua pregnanza ed elevatezza di significato teologico che si prestava alle credenze religiose di molti popoli. 
13.  Il serpente nel nuragico è sicuramente simbolo per indicare il 'creatore, il padre'. Se è vero com'è vero che i nuragici hanno ripreso (direttamente o indirettamente, poco importa) non poco dello scrivere dell'egiziano (direzione varia della scrittura, scrittura a rebus, scrittura 'con' monumentale, pittografia zoomorfa e segni schematici lineari, ecc.) tanto da produrre in 'geroglifici'  bellissimi e originali scarabei (v. di recente Aba Losi, Sardegna isola delle meraviglie epigrafiche; in gianfrancopintore blogspot.com  21 Settembre2012) non stupisce che il significato nascosto del serpente sia quello di 'creatore' o 'padre'. Gli egittologi sanno che, stranamente gli egiziani chiamavano il padre 'itef'. Con un geroglifico finale in forma di serpente. Così, cioè itef,  si leggeva il termine sino a quando si è capito che il serpente non è nient'altro che il segno 'determinativo' di 'it' il vero nome di 'padre'. Come mai questo determinativo? Come mai 'mio padre questo serpente'? Ce lo spiega con la consueta chiarezza e con linguaggio divertente, molto valido per gli egittologi in erba, Ch. Jacq nel suo bellissimo e noto libro 'Il segreto dei geroglifici. Come entrare nel magico mondo degli antichi Egizi, Piemme ed. Casale Monferrato, 1995, p. 126: 'Gli Egizi consideravano quindi il padre come un rettile velenoso, particolarmente pericoloso, e capace di uccidere suo figlio? Né i testi, né i bassorilievi riportano una situazione così orribile. In questo geroglifico invece si fa allusione ad un serpente mitologico, il 'creatore della terra', considerato  protettore dell'umanità, simbolo di una energia positiva circolante nel suolo per fecondarlo' . A questo animale mitologico si riferisco evidentemente i nuragici riportando per immagini  il serpente (in tantissime forme). Yh dunque è serpente non solo per i nuragici ma anche e soprattutto per gli antichi israeliti del Sinai, adoratori anch'essi di yhwh simbolizzato con la testa circolare e le corna. Che qui  sia disegnato il serpentello lo suggerisce anche l'esame puntuale epigrafico che offre degli strani zig zag  così poco omogenei da dare oggettivamente, come ognuno potrà notare, un aspetto serpentiforme al segno. Per G. Garbini invece si tratta di un alternarsi di 'cunei' sormontati da punti,  senza  consistente significato epigrafico.
14. La ripetizione del segno, onde esaltare il nome, gli attributi o le qualità del Dio, sembra essere una delle caratteristiche formali più importanti della scrittura nuragica. Naturalmente il segno più reiterato  è quello a zig zag, ma è molto adoperato anche il segno a 'V' rovesciata o orientato a sinistra di 90 gradi che ha valore dell'aspirata semitica 'he' ה : pronome indicativo (Lui/Lei). Forse gioverà ricordare che detto segno lineare, con la numerologia e il pittogramma (il mix consueto della scrittura nuragica) è presente spessissimo nelle pintadere scritte sarde a torto ritenute dall'archeologia ufficiale frutto di intenti  'decorativi'.
15. La oscillazione fonetica della liquida era presente già nel nuragico che dalla documentazione registra sia la voce NR ( ad es. nella barchetta di Teti: Sanna G., 2009, Buon Natale da Teti NR he 'Ag he 'Aba he; in gianfrancopintore blogspot.com, 17 Dicembre) sia la voce NL (ad esempio nella pietra di Terralba: v. Sanna G.,  Ed ecco finalmente la parola 'nuraghe. In una scritta a Terralba, 4. 7. 2012). Questa oscillazione deve essersi conservata in Sardegna per molto tempo, forse per millenni,  per poi approdare all'attuale forma con la sola 'r':cf  Wagner M.l. DES (a cura di G. Paulis), p. 565.
16. Per quello di 'lampada' si vedano Je 25,10; Jb 18, 6; Ex 25,37; 1 Re 7,49 (met. è usato per Dio: 2S 22,29 e per Davide 2S 21,17). Per quello di 'luce' si vedano in particolare Sir 39, 17; 49,7 (luce del Sole) e Sir 43,7 (luce della luna).
17.  V. Tzricotu di Cabras A1, A3, A4,A5; barchetta di Teti; barchetta 'Antiquarium arborense'; pietra del Nuraghe Losa di Abbasanta; 'rotella' del Museo Nazionale Sanna di Sassari;  pietra di Terralba, Stele di Nora; lastra di Barisardo, ecc.
18.   V. pietra di Terralba, barchetta di Teti (caratteri lineari), Tzricotu di Cabras A1,A3,A4,A5, pietra di Santa Caterina,  pietra del Nuraghe Losa di Abbasanta (pittogrammi), ecc.
19. V. nota 11.
20. V. ad es pietra di Perdu Pes (B(eth) Sh (emesh))  di Paulilatino; il ciondolo di Pranu Antas di Allai ('abd -a: servo del toro);  la Stele di Nora (r. 5:  he 'a: lui toro) e il coccio di Orani ( he 'a: lui toro); pietra di Aidomaggiore (taw kaph: segno dell'albero della vita); barchetta dell' Antiquarium arborense ( N(achas) nr: luce del serpente).
21. Gn 28, 2 (tempio, casa di Dio: ΟΙΚΟΣ ΘΕΟΥ); Ezk 41,7 ( beth h'eloim  בית האליט: tempio di Dio).
22. E' appena il caso di far notare che le due parole formano il nome del toponimo  dell'attuale  Santa Caterina e cioè B/PITINUR-I . Luogo famoso di pellegrinaggio, si trova nella marina di Cuglieri a pochi chilometri da Tharros e a pochi passi dall' antica Corras nuragica  (o  Cornus delle fonti letterarie e storiche romane). E' un importante sito archeologico nel quale al posto della attuale chiesa della santa cristiana insisteva una volta il tempio nuragico, cioè la 'Casa della Luce o del Sole'. Del tempio 'pagano' rimangono ancora tutti o alcuni  falli (betili), uno dei quali possiede graffito un interessantissimo (perché antichissimo) segno, un monogramma alludente, con ogni probabilità, al dio luminoso Il YH.
23. Esso si trova, in chiara immagine riferentesi all'aldilà e al culto dei morti, nei famosi dipinti murali dei vani del sito archeologico di Chathal Hüyük scoperto e studiato da J. Mellaart ( L'anatolia prima del 4000 a.C; in Biblioteca storica dell'antichità. Storia antica I, 1, parte prima. Prolegomeni e Preistoria 1970, pp. 360 -365). La civiltà avanzatissima dei costruttori e frequentatori del 'villaggio', abitato assai strano dal punto di vista urbanistico, viene fatta risalire al periodo neolitico (8000 -VII mila  a.C.).
24. Recentemente lo studioso M. Tzoroddu (Ҫatalhӧyük. Non una insussistente città, ma agglomerato di santuari e cumbessias, pieni di sepolture; in Monti Prama. Rivista semestrale di cultura di Quaderni Oristanesi, PTM ed. Mogoro , n. 62, Dicembre 2011, pp. 53 -64) ha cercato di spiegare, con osservazioni puntuali assai illuminanti, la natura specifica di sede -santuario di pellegrini, di luogo temporaneo e non permanente di insediamento di quella che gli archeologi, a partire dal Mellaart (Ҫatal Hüyük, A neolitic town in Anatolia, Thames and Hudson, 1967) hanno ritenuto e ritengono ancora una antica 'città'.
25. G.Sanna, 2004, Sardoa Grammata, cit. cap. 6 .pp. 256 -261; idem, 2009, La Stele di Nora, cit. cap.2, p. 49, fig. 5.
26. V. Galli F.,  1991, Ittireddu. Il museo e il territorio, Delfino ed. Sassari p. 16.
27. Per questi ultimi due documenti si veda Sanna G., 2011., YHWH e la scrittura nuragica. Il log e il recipiente biblico del rito dei Leviti per la purificazione, in gianfrancopintore. Blogspot.com (25 novembre); idem, Yhwh e la scrittura nuragica. Un successore di Aaronne con il diadema della santità nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari; in gianfrancopintore. Blog spot. Com (18 Dicembre).
28.Pilloni F (2009)., Due ciondoli che strizzano l'occhio al nuragico; in gianfranco pintore blogspot.com ( 17 giugno); Sanna G. 2009, La stele di Nora, cit. cap.2. p. 54 fig.12.
29. Sanna G. 2012, Anfora scritta di s'Arcu 'e is Forros, Garbini: in filisteo-fenicio. No, in puro nuragico; in gianfrancopintore blogspot.com (10 settembre).
30. Sanna G., 2010, I Nuragici. Estrosi anche e soprattutto con i numeri; in gianfrancopintore blogspot.com ( 27 maggio).
31. Sanna G., 2010, Il documento in ceramica di Pozzomaggiore; in gianfrancopintore blogspot.com (2 Marzo).
32.Sanna G., 2009, La stele di Nora, cit., cap. 3, p. 93 fig. 4.
33. Questo momento è molto difficile da precisare. Il chiaro aspetto dell'agglutinamento e le lettere dell'epigrafe sembrerebbero portarlo ad un periodo anteriore, forse,   al IX  - VIII secolo a.C. La brocchetta nuragica pubblicata dal Fadda, della quale si parlerà nella seconda parte dell'articolo, sembrerebbe confermare questa data. Se così fosse il tempio 'punico', quello che induce il Garbini a parlare di 'graffito punico' (I filistei. Gli antagonisti di Israele, cit. p. 220), punico non sarebbe (e neanche dei primi tempi del punico in Sardegna). L'edificio, così come la scrittura in mix protocananaica ad esso coeva, è  da riportare al periodo nuragico dell'età del I Ferro. A meno che questa scrittura 'sacra', ipotesi da non scartare,  non abbia proseguito anche nei secoli a ridosso della cosiddetta 'colonizzazione punica' o durante questo stesso periodo.
34. Si veda lo stesso documento  di S'Arcu 'e is Forros di Villagrande Strisaili, con  il potentissimo personaggio divino, il  'ben  IL w 'Asherah' (il figlio di Il e di 'Asherah).
35. Sanna G., 2012, Su carrabusu de Tharros, cit.
35. Garbini G., 1997, I Filistei, cit. p. 120.
36. Sanna G., 2009, La Stele di Nora, cit. cap.3.2.2 pp. 74 - 80.
37. Sanna G., 2004, Sardōa grammata, cit. cap. 10 .pp.. 395 - 411.
38. Del significato preciso della svastica (offerto per la prima volta da un documento scritto nuragico nella storia della scrittura e nella 'letteratura' riguardante la simbologia del segno) intendiamo parlare nella seconda parte dell'articolo.
39. Per la verità Garbini (I Filistei cit.p. 219) parla anche di numero dieci (ricavandolo, un po' alla grossa, dalle sole linee) che però nella simbologia numerologica nuragica non ha, come sembra ormai certo dai documenti a nostra disposizione, valore alcuno.
40. Si veda Tzricotu A3 con l'agglutinamento e i tre segni che rendono l'espressione YHWH HY 'ERWH (perfezione di Yhwh sesso che dà la vita). V. Sanna G., 2012,  Così era la religione nuragica. Yahw hey 'erwah  יהוה הי ערוה: Yhw il sesso che dà la vita (Tzric. tav. A3); Yahw wahaben יהוה והבן: Yhw e il figlio ( Tzric. tav. A5);.in gianfrancopintore blogspot.com ( 24 febbraio).