lunedì 23 marzo 2015

Monte Prama, 1975-1977: la grande lite (e quando un busto valeva 300 milioni di lire..)


Nel 1977, in seguito al recupero di due busti a Monte Prama da parte della Guardia di Finanza, scoppiò un'accesa polemica tra Soprintendenza e Università di Cagliari. Il caso fu marcato da diversi articoli apparsi sulla stampa locale e viene oggi rievocato da Raimondo Zucca in Tharros Felix 5 (1). Vediamo come e perchè ci si arrivò.

Fig. 1: i due busti recuperati nel novembre 1977 dalla GdF di Oristano; il recupero innescò un'accesa polemica tra la Soprintendenza ed un gruppo di docenti e studenti dell' Università di Cagliari formanti il "Comitato per la tutela dei beni culturali" (1) (dal rif. 2)

[..] L’importanza della scoperta di Monte Prama determinò la stessa Soprintendenza archeologica a intraprendere una breve campagna di scavo, tra il 3 e il 16 dicembre del 1975, a cura dell’allora neoispettore Alessandro Bedini, previa un’attività di sopralluoghi e di ricerche cartografiche e catastali, curata dallo stesso Alessandro Bedini e da Giovanni Ugas, cui il soprintendente Ferruccio Barreca aveva commesso l’indagine di Monte Prama. [..] Il decano degli archeologi sardi Giovanni Lilliu fece conoscere le scoperte di Monte Prama nell’agosto 1976 in un articolo sulla terza pagina dell’«Unione Sarda», a proposito degli Albori della medicina in Sardegna.[..] Per il volume XXIV degli «Studi sardi» il professor Lilliu andava redigendo un amplissimo lavoro che partendo dai betili aniconici giungesse a comprendere la statuaria antropomorfa in pietra. Per la stesura dell’ultima parte dello studio si rendevano necessarie delle indagini in loco, a Monte Prama, realizzate durante le vacanze di Natale-Capodanno dell’anno accademico 1976-77. [..] Dunque il secondo scavo archeologico in Monte Prama, seppure concentrato nel tempo, dopo il primo di Alessandro Bedini e Giovanni Ugas, fu intrapreso l’8 gennaio 1977. L’indagine fu diretta da Giovanni Lilliu ed Enrico Atzeni e si valse della collaborazione tecnica dello stesso Peppinetto Atzori e dei giovani archeologi Ubaldo Badas, Mimmino Manca, Giuseppe Pitzalis e Gianni Tore [..]Giovanni Lilliu terminava il suo studio rivolgendo al soprintendente professor Barreca "l'invito di voler tener ben presente il luogo di M. Prama per un esteso e definitivo scavo scientifico per il quale l’Istituto di Antichità archeologia e arte della Facoltà di Lettere dell’Università di Cagliari è disposto fin d' ora, a dare la propria direzione in collaborazione con la Soprintendenza" [..](1)
Fig. 2: milestones dei ritrovamenti e degli scavi a Monte Prama (3)

[..] Nonostante il pressante invito di Giovanni Lilliu per uno scavo a Monte Prama, dall’estate del 1977, data di edizione dell’estratto anticipato dell’articolo Dal «betilo» aniconico alla statuaria nuragica, all’autunno di quell’anno, nulla successe. Era ripiombato l’oblio sulle statue finché le arature di novembre interessarono, come ogni anno, le falde di Monte Prama e il ventre della terra nera restituì, ancora una volta, frantumi di statue candide di calcarenite, che attrassero molte acute attenzioni. L’ancora tiepido dì d’Ognissanti del 1977 chi scrive, di ritorno da un bagno ristoratore nelle acque di Mari Ermi, transitando lungo la strada di Bonifica n. 1 del Sinis (odierna SP 7) per Riola, osservò un trattore che arava i terreni di Monte Prama. Il giorno stesso chi scrive informò l’ispettore onorario di zona professor Peppetto Pau.
Nei giorni successivi la Guardia di finanza del gruppo di Oristano,  comandata dal capitano Domenico Chiaravalle, effettuò una verifica dell’ area di Monte Prama avvedendosi che due busti di statue erano stati messi in luce dalle arature. Il recupero, autorizzato telefonicamente dal sovrintendente archeologo professor Barreca, fu effettuato dalla Guardia di finanza alla presenza dell’ispettore onorario Peppetto Pau. La notizia della scoperta archeologica venne data con enfasi dal quotidiano di Cagliari « L'Unione Sarda» del 10 novembre 1977, che poneva in rilievo il valore culturale mediterraneo dei rinvenimenti e la necessità della tutela dell' area del ritrovamento, aggredita dai tombaroli. Il giorno successivo lo stesso organo di stampa riprendeva la notizia evidenziando, in particolare, l’elogio tributato dal soprintendente archeologo alla Guardia di finanza. 

Recuperate nella zona del Sinis due statue di oltre tremila anni, « L’Unione Sarda », 10 novembre 1977, p. 9: «Un’importantissima scoperta archeologica - forse la più rilevante di questo secolo nel Mediterraneo - è stata fatta dalla Guardia di Finanza che ha portato alla luce due statue risalenti ad oltre tremila anni fa, cioè al periodo nuragico. La importante scoperta, avvenuta nella penisola del Sinis, dovrebbe essere soltanto l’inizio di uno studio che dovrebbe assumere proporzioni ben più rilevanti di quanto non si possa immaginare. La scoperta effettuata dagli uomini della Guardia di Finanza del Gruppo di Oristano al comando del Capitano Domenico Chiaravalle è avvenuta nell’ambito delle attività dirette alla salvaguardia del patrimonio artistico nazionale. I finanzieri informati della presenza nella penisola del Sinis di statue di grandissimo interesse storico-artistico, oltre che venale, hanno individuato la zona e recuperato le statue, evitando in tal modo che “tombaroli” o ricercatori abusivi potessero giungere prima di loro. Dovrebbe trattarsi della stessa zona citata dal professor Lilliu nella sua recente opera dove si fa riferimento ad un santuario esistito oltre tremila anni fa. Le due statue sono mutilate (senza il capo e senza gli arti) e raffigurano due guerrieri con motivi ornamentali di grande interesse. Ciascuna statua ha circa 3 quintali di peso; una è alta m 1,20 e larga cm 70; l’altra alta un metro e larga 80 cm. Si parla come valore venale di circa 300 milioni ciascuna. A parte il valore monetizzabile c’è però quello storico ed artistico che sicuramente è di gran lunga più elevato. Le due opere recuperate dai finanzieri sono la testimonianza che nella penisola del Sinis si è sviluppata una civiltà precedente quella greca cioè nuragica e sicuramente molto evoluta. Per ora la scoperta lascia avanzare soltanto affascinanti supposizioni ma sicuramente apre la strada a più ampi orizzonti ed il fatto non dovrebbe essere sottovalutato dalle competenti autorità. Le due statue sicuramente non sono di importazione, ma più probabilmente di fabbricazione locale, opera di scultore molto raffinato che dovrà essere individuato. Le due statue e l’altro materiale rinvenuto sono realizzati apparentemente in tufo, un materiale che abbonda nella zona del rinvenimento e che pertanto non dovrebbe lasciare dubbi sulla provenienza. Si tratta della traduzione in pietra dei classici bronzetti nuragici, cioè di un fatto artistico di grande rilevanza. Oltre che le due statue i finanzieri hanno anche recuperato la parte inferiore di un’altra statua ed una mano che impugna qualche cosa, probabilmente uno scudo. Il recupero delle opere da parte dei finanzieri è avvenuto a seguito di paziente opera di scavo effettuata da loro; l’ispettore onorario Prof. Pau non ha dubbi sul valore delle due statue. Non è escluso che quanto prima altre opere vengano recuperate a testimonianza delle gloriose civiltà che sono fiorite nell’Oristanese».

R. Concas , Si cercano altre statue nella penisola del Sinis, «L’Unione Sarda», 11 novembre 1977, p. 8: «La scoperta nel Sinis di Cabras di alcune statue del periodo nuragico ha suscitato notevole interesse: ancora una volta lo “scrigno” di San Giovanni si è schiuso per offrire alcune altre delle innumerevoli bellezze che conserva da millenni. La recentissima scoperta ha stavolta un duplice valore: quello artistico innanzitutto, dal momento che si tratta, come ha dichiarato il Prof. Barreca Soprintendete alle antichità, di uno dei più sensazionali ritrovamenti avvenuti in questo secolo nell’area mediterranea. Un altro valore è rappresentato dall’emblematico intervento della Guardia di Finanza. Un intervento provvidenziale, avverte il prof. Barreca, che ci ha consentito di contare su un valore artistico di grandissimo rilievo. “Le fiamme gialle - ha detto Barreca - sono intervenute su nostra richiesta per strappare ai ‘tombaroli’ i due reperti che erano già in evidenza. Una statua era già mezzo fuori dal terreno e poteva essere rubata da un momento all’altro, una seconda era a pochi palmi di profondità e poteva divenire preda degli scavatori abusivi. Hanno salvato due reperti di eccezionale valore - ha soggiunto Barreca - . Già la Guardia di Finanza ha ricevuto una medaglia d’oro per la cultura e l’arte: ora propongo per i finanzieri di Oristano un elogio del Ministero ai Beni culturali. Alla Guardia di Finanza bisognerebbe innalzare un inno di lode perché hanno salvato una delle migliori opere di questi ultimi tempi”».

E fu così che iniziò la battaglia a suon di lettere...

[...] In seno alla Facoltà di Lettere e Filosofìa dell'Università di Cagliari era andato costituendosi fin dal 1975 un Comitato per la tutela dei beni culturali, formato da docenti, studenti e personale della stessa facoltà. Nel frangente della scoperta dei due tronchi di statue il Comitato intervenne sulla stampa per esporre dei dubbi metodologici sul recupero effettuato dalla Guardia di finanza [..] (1)

Polemica sulle statue nuragiche trovate nella penisola del Sinis, «L’Unione Sarda », 12 novembre 1977, p. 9: «Il recupero effettuato da alcune guardie di finanza di frammenti statuari di epoca nuragica giacenti nel Sinis ha suscitato polemiche. Il comitato per la
tutela dei beni culturali, composto da docenti, studenti e personale della facoltà di lettere dell’ateneo cagliaritano ha espresso infatti “gravi preoccupazioni per i metodi ed il personale impiegato nelle operazioni di scavo”. In un comunicato si afferma che “dato merito alla Guardia di finanza di svolgere efficace opera di prevenzione e repressione contro chi trafuga, traffica clandestinamente e disperde il patrimonio culturale, archeologico ed artistico, si resta a dir poco perplessi nel vedere i militari promossi archeologi sul campo dal curatore deH’Antiquarium Arborense che poco o niente conosce di moderne tecniche di scavo archeologico”. “Tutto ciò - prosegue il comunicato - è avvenuto su richiesta della soprintendenza archeologica che, nonostante la zona fosse nota per similari ritrovamenti avvenuti sin dal marzo 1974, non si è premurata di intraprendere regolari e continui lavori di scavo (escluso un saggio limitato svolto da un ispettore della soprintendenza nel 1974 [sic, ma 1975], scavi che avrebbero dovuto portare al completo recupero del complesso archeologico e dei suoi eccezionali reperti”. “Date tali premesse - si legge ancora nel comunicato - , le statue, composte di materiale friabile, sottoposte all’ingiuria degli agenti atmosferici e dei mezzi meccanici impiegati nelle arature, vengono alla luce casualmente da quattro anni a questa parte e mostrano danni irreparabili destinati a protrarsi”. “L’istituto di antichità, archeologia e arte della facoltà di lettere di Cagliari - spiegano i componenti del comitato nel loro documento - nonostante fosse a conoscenza da tempo delle scoperte, solamente nel gennaio del 1977 ha condotto un limitato saggio di scavo e ha chiesto con scarso vigore di essere incaricato di ricerche sistematiche nella zona, rimanendo peraltro inascoltato”. Il comitato per la tutela dei beni culturali “di fronte a tali gravi negligenze ed insensibilità ed al dilettantismo del recuperoesprime energica protesta ed invita gli organi superiori del ministero dei beni culturali c-il il personale scientifico dell’Università per quanto di loro competenza, a svolgere opera fattiva per evitare che i reperti di importanza scientifica e valore storico eccezionale vadano dispersi, danneggiati e sottratti al loro contesto documentario per incuria o ignoranza, coinvolgendo, se necessario, nella loro salvaguardia organismi nazionali ed internazionali quali l’istituto nazionale del restauro e l’Unesco”. Il recupero dei reperti archeologici era avvenuto, come si ricorderà, nelle campagne del Sinis. Una pattuglia di guardie di finanza aveva riportato alla luce frammenti di statue di epoca nuragica, considerati di eccezionale interesse archeologico. Proprio l’intervento della Guardia di finanza ha provocato ora la reazione polemica del comitato per la tutela dei beni culturali».

La Soprintendenza archeologica rispose ai dubbi sollevati dal Comitato con un comunicato pubblicato il successivo 16 novembre, in cui si « evidenziava il meritorio recupero, senza 1’effettuazione di uno scavo, delle sculture di Monte Prama, da parte della Guardia di finanza e dell’ispettore onorario Peppetto Pau, nel rigoroso rispetto delle loro competenze istituzionali:

La polemica sugli scavi nel Sinis, « L ’Unione Sarda», 16 novembre 1977, p. 9: «La polemica sui ritrovamenti archeologici nella zona di Monte Prama a Cabras continua. Dopo la protesta del comitato per la tutela dei beni culturali dell’Università di Cagliari, è adesso la volta del soprintendente all’archeologia di Cagliari, Ferruccio Barreca, che interviene per precisare che le “due opere, di eccezionale valore archeologico, sono state oggetto non di uno scavo inteso alla ricerca di manufatti archeologici nel sottosuolo, ma di un recupero inteso a salvare da sicura asportazione illegale prezioso materiale di proprietà dello Stato, già parzialmente portato alla luce da terzi e quindi impossibile a salvarsi se non con la rimozione immediata”. “Questa è stata decisa - prosegue Barreca - nei limiti delle loro prerogative funzionali, dai rappresentanti locali degli Organi che lo Stato ha preposto alla tutela del suo patrimonio: la soprintendenza archeologica (nella persona del suo rappresentante ufficiale, l’ispettore onorario prof. Giuseppe Pau) e la Guardia di finanza, i quali non hanno scavato, ma solo recuperato quanto già emergeva dal suolo”. “Di conseguenza - conclude Barreca - la soprintendenza di Cagliari, che già era intervenuta con un recupero nel 1975, con saggi di scavo ministeriali nel 1975 e con l’autorizzazione rilasciata all’istituto di antichità, di archeologia e d’arte dell’Università di Cagliari nel 1976 [sic, ma 1977], mentre preannuncia l’imminente inizio di scavi sistematici finanziati dal ministero per i beni culturali (senza alcun bisogno di ricorrere ad organismi politico-culturali internazionali) conferma pienamente la propria vivissima gratitudine alla Guardia di finanza e al prof. Pau e ne loda incondizionatamente l’operato” ».

II Comitato per la tutela dei beni culturali rinnovò allora le accuse alla condotta della Soprintendenza archeologica, con un j ’accuse a tutto tondo che investiva la gestione della stessa, la conduzione degli scavi e il ruolo degli ispettori onorari, a discapito dei giovani archeologi formati nelle università:

Accuse al soprintendente per gli scavi nel Sinis, «L ’Unione Sarda», 18 novembre 1977, p. 7: «La scoperta archeologica fatta qualche giorno fa nella zona del Sinis continua a suscitare polemiche. Dopo le osservazioni del soprintendente alle antichità per le province di Cagliari e Oristano, è adesso la volta del comitato per la tutela dei beni culturali, composto da docenti, studenti e personale dell’Università di Cagliari, che interviene nella vicenda per precisare che “il soprintendente alle antichità, convinto di essere funzionario di uno stato assoluto, fa quello che gli pare e, assieme ai suoi rappresentanti periferici, è alieno da critiche. Occorre rammentare al soprintendente - spiega il comunicato - che i più elementari principi di democrazia gli impongono di rispondere pubblicamente ai contribuenti, anche con autocritica, sul proprio operato. Le trionfalistiche dichiarazioni sul recupero delle statue - prosegue il comunicato - poggiano su una collaborazione errata con la Guardia di Finanza. I militari, invece di rinterrare gli scassi e vigilare sull’area archeologica in attesa di un pronto intervento di personale competente, hanno completato lo scavo sotto la direzione dell’ispettore onorario di Oristano, il quale, lo ripetiamo, non era assolutamente in grado di rendersi conto delle cautele necessarie sul recupero. Le statue, infatti, composte di arenaria a cemento carbonatico con componente gessosa, assai degradabili, giacendo sul terreno umido tendono a perdere in forma di scaglie le parti decorative della superficie esterna, le quali vanno recuperate minuziosamente, ricomposte in laboratorio e riapplicate al corpo originario”. “Rinviare il recupero di alcuni giorni - si legge ancora nel comunicato - avrebbe permesso di raccogliere anche i dati sul contesto di giacitura che ora sono irrimediabilmente sconvolti”. “Ciò che è successo a Monte Prama - conclude il documento del comitato per la tutela dei beni culturali - è reso possibile dalla pratica inveterata di inviare a dirigere scavi archeologici i custodi del museo, oltre ai sedicenti ispettori onorari. Gli archeologi che vengono formati nella Università restano a spasso o sperano al massimo di essere assunti come operai nei cantieri diretti da un ispettore onorario, magari commerciante di elettrodomestici o di bombole di gas liquido”

A queste accuse la Soprintendenza, previa consultazione dell’Avvocatura dello Stato, replicò con un ultimo comunicato che mise la parola fine all’acceso dibattito sul recupero delle statue di Monte Prama ad opera della Guardia di finanza. In questo comunicato la Soprintendenza chiariva che la conduzione degli scavi archeologici era affidata in loco ad archeologi della Soprintendenza o delle università e del Consiglio nazionale:

Barreca respinge le accuse: gli scavi affidati ai tecnici, « L ’Unione Sarda», 22 novembre 1977, p. 8: «Il Prof. Ferruccio Barreca, Soprintendente Archeologico per le province di Cagliari e Oristano, interviene con una nuova nota nella polemica per il rinvenimento delle statue nuragiche nella zona di Monte Prama nel Sinis. “Ancora una volta - dice il comunicato stampa del Soprintendente con riferimento al recente recupero di due statue antiche nel Sinis di Cabras, - ritengo mio dovere informare con questa breve nota l’opinione pubblica sulla infondatezza delle accuse rivolte alla mia soprintendenza dall’anonimo comitato universitario, con l’attacco stampato in data 18 corrente mese”. “Infatti è falso - dice la nota - che io abbia fatto dirigere lavori di scavo o restauro archeologico da custodi o da sedicenti ispettori onorari, perché il direttore scientifico dei lavori sono stato sempre io stesso o un altro archeologo delle università di Cagliari o di Roma o del C.N.R. Assistenti della Soprintendenza archeologica di Cagliari o ispettori onorari, nominati con regolare decreto ministeriale e ben collaudati, hanno lavorato sul terreno alle nostre dirette dipendenze e sempre in maniera altamente encomiabile. La presenza di custodi è stata rarissima, saltuaria e sempre con esclusive funzioni di vigilanza, perfettamente adeguate alla loro qualifica”. “Mi spiace - continua la nota - di non poter soddisfare il desiderio di polemica dei miei anonimi interlocutori promettendo nuove risposte. Infatti a questa precisazione non intendo farne seguire altre, impegnato come sono a proteggere e valorizzare con i fatti e non con le parole il patrimonio archeologico affidatomi dallo Stato”.  “Questo, naturalmente - conclude il comunicato - purché non si continui con false e oltraggiose affermazioni contro pubblici ufficiali, che non sarebbero ulteriormente tollerabili, e che mi costringerebbero a rispondere nella maniera e nella sede più idonea!».

[..] Indubbiamente Giampiero Pianu  (30 anni dopo, Pianu -Università di Sassari-riprese la polemica: PIANU G., 2008. L’Archeologia sarda negli anni ’70: problemi di metodo. Il caso delle statue di Monte ‘e Prama. In Le perle e il filo. A Mario Torelli per i suoi settanta anni. Venosa, 261-274., ndr) fotografa la drammatica frattura intervenuta nella seconda metà degli anni Settanta fra gli ambienti più avanzati della ricerca archeologica dell’ateneo cagliaritano, legati in particolare al magistero universitario di due grandissimi archeologi quali Mario Torelli e Fausto Zevi e dei loro allievi, e le strutture periferiche sarde del neonato ministero dei Beni culturali e ambientali, le soprintendenze archeologiche e gli ispettori onorari, figure costituite come presìdi del territorio ad opera del senatore Giuseppe Fiorelli, il celebre archeologo degli scavi di Pompei ed Ercolano, sin dall’istituzione della Direzione[..] (1)

....e così finì: 

[..] Nell’ambiente accademico cagliaritano la linea tenuta sulla querelle novembrina di Monte Prama fu differente rispetto alle posizioni assunte da Giampiero Pianu.  Nonostante non mancassero velate critiche al salvataggio operato dalla Guardia di finanza dei frammenti di sculture, avvenuto - si disse - «in modo tenebroso», si volle attivare un rapporto fra Università di Cagliari e Soprintendenza archeologica per un cantiere d’urgenza in Monte Prama, nel successivo mese di dicembre. Non è stato vano, comunque, il dibattito avviato nel novembre 1977 sull’archeologia in Sardegna: pur riconoscendo l’insostituibile ruolo degli ispettori onorari nel presidiare il territorio a sostegno dell’attività di tutela dei Beni culturali, riservata al ministero per i Beni e le Attività culturali, possiamo affermare come patrimonio comune l’accorato appello di Giampiero Pianu, pur depurato dall’acredine della polemica di quegli anni lontani: Avere per ogni scavo, per i laboratori di restauro, per i Musei, per la gestione delle aree archeologiche personale professionalmente qualificato e capace è necessario e urgente [...]. Dobbiamo riuscire a costruire un nucleo di giovani studiosi che possa dare risposte molto più precise alle domande sul passato della nostra isola. (1)

Fu proprio la scoperta e il recupero dei due busti del novembre 1977 (fig. 1 e 3) che indusse Università a Soprintendenza ad intraprendere nuovi scavi:  [..] In seguito alla scoperta a Monte Prama, durante le arature del novembre 1977, di due nuovi torsi di statue il Soprintendente Archeologo Ferruccio Barreca, in accordo con il Prof. Giovanni Lilliu, decise di avviare immediatamente un cantiere archeologico a Monte Prama, diretto in loco da Carlo Tronchetti per la Soprintendenza e da Maria Luisa Ferrarese Ceruti per l'Università di Cagliari, durante le prime tre settimane del dicembre 1977 [..]. Attilio Mastino, 15.10.2014

Fig. 3: i due busti recuperati dalla GdF nel 1977 sono oggi parte di due statue, dopo il restauro del 2007-2011 (da: 2)

(1) Raimondo Zucca, Monte Prama (Cabras,OR). Storia della ricerca archeologica e degli studi. Tharros Felix 5, In: di A. Mastino, P. G. Spanu, R. Zucca (a cura di), Tharros Felix 5, Carocci editore, 2013, pp. 199-296
(2) Andreina Costanzi-Cobau & Antonietta Boninu, Protagonisti e comprimari di una storia, In: Le sculture di Mont’e Prama–Conservazione e restauro" 2014, Gangemi editore, pp. 181-352
(3) Luisanna Usai, Mont’e Prama prima del restauro, In: Le sculture di Mont’e Prama–Conservazione e restauro" 2014, Gangemi editore, pp. 49-56;